Sulla manifestazione del 5 maggio e sui tre impiegati morti della Marfin

SENZA USCITE DI SICUREZZA



Sulla manifestazione del 5 maggio e sui tre impiegati morti della Marfin

È davvero inappropriato dare tutta la responsabilità e la colpa al signor Vgenopoulos (direttore della banca ndt.) per la triste morte dei tre impiegati dell’incendio della Marfin. Il fatto che abbia costretto i suoi impiegati, sotto minaccia di licenziamento, a rimanere chiusi negli uffici al piano superiore di una banca apparentemente vuota e non protetta, senza nessun dispositivo antincendio o uscite di sicurezza, nell’epicentro della manifestazione per il più grande sciopero degli ultimi 30 anni, non è stata solo un’altra criminale negligenza sull’altare del profitto [1], alla quale la sua classe ci ha abituati. Questo uso cosciente dei lavoratori come scudi umani per le banche e i business [2], è una delle risposte della classe dirigente a Dicembre (le rivolte dopo l’omicidio di Alexis Grigoropoulos nel 2009 ndt.) e alla violenza insurrezionale che si dipana impedendo e distruggendo la circolazione di beni, spaccando e bruciando auto, negozi, le sue guardie e soprattutto i suoi quartier generali: le banche.
Per essere chiari, l’intenzione del signor Vgenopoulos e della sua classe di sacrificare un po’ di lavoratori per bloccare il processo delle insurrezioni fino ad ora, deve avere questa risposta. Ragioni legali o derive sinistroidi come: l’insurrezione vuoI dire vessare il parlamento ma non le banche/negozi, senza avere alcuna idea di cosa si potrebbe fare una volta là, non fanno altro che eludere il problema.
È normale per un padrone conoscere meglio i propri interessi e come raggiungerli, rispetto ai lavratori. E tutti i padroni sanno sempre che “noi siamo in guerra”, anche se non si lamentano apertamente, come questa massa di naives che crede che in guerra sia giusto colpire ma una ingaggiato lo scontro, si debba contare sull’intervento di una presunta giustizia neutrale. Mettendo noi stessi (o altri lavoratori) nelle mani dello stato, traduciamo anche l’atto più estremo in nulla più che un violento riformismo. L’unica giustizia nelle strade, in grado di ridurli sotto la nostra forza, siamo noi. La responsabilità di qualunque cosa accada là, chi vive e chi muore, è nostra: DITTATURA DEL PROLETARIATO, punto. Se noi manchiamo – al di fuori di una vera è propria guardia dello sciopero che non lasci i colleghi nelle mani dei padroni – dell’essenziale fiducia tra noi, una fiducia plasmata attraverso le nostre esperienze comuni nella lotta e nell’incontrarci nelle strade, allora il prossimo passo sarà chiamare noi stessi la polizia alle nostre manifestazioni, affinché siano loro ad essere colpevolizzati e per scaricargli addosso tutta la responsabilità di qualunque cosa accada. CHIUNQUE PORTI VIOLENZA, FORZA LA GIUSTIZIA. Attuare la violenza, ignorando il buonsenso che viene con lei, portare un caos decontestualizzato, non fa il gioco di nessun altro tranne che delle sovrastrutture organizzate, che arrivano con il loro piani di “giustizia” di cemento armato (stalinisti, polizia, mafia, gruppi parastatali…). La vittoria appartiene a coloro i quali portano il caos SENZA PORTARLO DENTRO LORO STESSI.

Feticizzare l’insurrezione, come atto distruttivo fine a se stesso, rappresenta una fase passata del nostro movimento, talvolta debole e marginale, nonostante Dicembre, e la spogliazione della violenza da tutti i suoi feticci, con una simultanea apertura alla sua condivisione (inteso come messa in comune ndt.), è quanto deve prevalere. Un secondo Dicembre non sarebbe più una vittoria, ma una sconfitta. Qualunque appello a qualcosa di simile non sarebbe null’altro che una completa mancanza di qual si voglia piano per il dopo. Il nostro nemico si è palesato, siamo costretti a fare lo stesso, se non vogliamo sparire dalla Storia.

Non dobbiamo rimanere a casa a faci disciplinare dalle loro televisioni, come se fossimo dei bambini capricciosi a cui si dà man forte. Dobbiamo riportare il Logos (la capacità di esprimere le nostre volontà) nelle strade. Sputare addosso alla giustizia borghese e della televisione, che vendica il dolore di uno con la sofferenza dell’altro, accumulando miseria per tutti e socializzando il cannibalismo. I più stupidi di questi avvoltoi, prima di accertarsi di come le morti dei tre impiegati potessero paralizzarci, hanno cercato di farci sentire in colpa con una serie di cose ridicole, dall’atteso crollo del turismo, alla brutta nomea del paese all’estero. Per farci sentire in colpa nel lottare. Per dividerci in “lavoratori pacifici” e “criminali incappucciati con le molotov”, proprio ora che tutti sanno (eccetto il partito comunista -kke, ndr-, che vede solo provocatori) che il 5 maggio non c’è stato nessun lavoratore pacifico che non si sia sollevato – non importa se con o senza cappuccio e molotov – contro l’ultimo asso nella manica dello stato: il terrore poliziesco.
La loro giustizia divora sangue, il sangue dei trasgressori, o di tutti coloro che glieli ricordano, o ancor più degli anarchici [3], poiché sono loro ad aver generosamente offerto la propria bandiera a ogni violenza insurrezionale anche nel più isolato elemento della nostra classe. Ma vuole qualcosa. Vuole aprire una grande ferita nella memoria sociale, che rompa la nostra confidenza con la nostra stessa violenza, con la violenza della nostra lotta, con i suoi  temi e con l’interscambio tra essi. La nostra giustizia avrà a che fare con null’altro che con la guarigione. Non sappiamo che tipo di persone fossero i morti, se il loro senso di dignità accettasse la melma fascista e gli avvoltoi della televisione che speculano sulle loro morti o no, ma siamo sicuri che come lavoratori, i loro interessi fossero nella vittoria della lotta, con tutti i lavoratori d’Europa e del mondo. Non faremo affondare nessun’altro, noi insorgeremo insieme: SCIOPERO GENERALE SELVAGGIO! (GENERAL WILDCAT STRIKE!)

Sosteniamo le occupazioni!
Rimaniamo nelle strade!
Comunichiamo!

2 dei 200000 provocatori.

[1] per il momento teniamo questo a mente: il 36,1 % netto di crescita del profitto della Marfin Bank quest’anno, nel bel mezzo della più arida crisi, che obbliga ogni lavoratore a riconciliare il lavoro con l’obbedienza in nome della nazione.
[2] incidenti simili a quello della Murfin Bank a123 di Stadiou street, sono avvenuti al supermercato Bazaar dietro piazza Omonia, dove un lavoratore ha spento dall’interno il fuoco con un estintore, e alla libreria Ianos che era aperta (come i sa la mercificazione della cultura se ne frega degli scioperi)
[3] la notte del 5 maggio squadroni di Delta Force e Zeta Force, agenti ordinari e antisommossa si sono accaniti sullo squat degli “Anarchici per un movimento multiforme” Zaimi street, e il ritrovo dei migranti a Tsamadou street -entrambi a Exarchia ndr-e su molte case e bar a Exarchia, picchiando e minacciando le persone. Allo stesso tempo in televisione, tutti stavano più o meno chiedendo le teste degli anarchici.

[tradotto da Aula C Autogestita e informa-azione]

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